La tempesta che ha colpito Milano e che ha avviato in anticipo una fase di scontro elettorale, che sembra acuire gli estremismi in entrambi gli schieramenti, suggerisce una riflessione su una delle vocazioni importanti, se non fondamentali, di questa città per uscire da una crisi anche di identità. Lo sviluppo degli ultimi anni ha certamente fatto di Milano una grande capitale europea e globale: il segno visibile è la modifica radicale dello skyline e la vitalità di quei settori che sono fondamentali attrattori economici per tutta la città.
Certamente, la velocità di questo cambiamento ha lasciato indietro alcune componenti importanti: aree, ma soprattutto persone, colpite abbastanza improvvisamente dalla difficoltà di poter vivere a Milano. Emarginate, quindi, impoverite.
C’erano stati molti avvertimenti, forse non abbastanza ascoltati, ed è necessario ora, senza rinnegare i successi ottenuti, che si sposti lo sguardo della politica e quello dell’azione pubblica verso quei problemi che riguardano molte migliaia di cittadini e che sono certamente derivati da uno scollamento tra la Milano che corre e quella che non ha più gli strumenti per esserne parte.
Un problema è sicuramente rappresentato dal distacco, in tutto il mondo visibile, tra le classi dirigenti ormai fluide e il territorio. In questa intervista ho voluto ricordare l’esperienza della mia famiglia che, come tante famiglie di quella che era stata definita la borghesia illuminata, responsabile del boom del dopoguerra, aveva nell’attenzione alla comunità e quindi alla città una delle sue vocazioni. L’ufficio di mio padre alla Rinascente, e prima di lui di mio nonno, guardava il Duomo, e il loro legame con Milano si era tradotto naturalmente nella partecipazione a tutti quei progetti che contribuivano alla coesione sociale.
Proprio da quell’attenzione civile, oggi rappresentata dalle grandi reti sia laiche che cattoliche che si occupano dei bisogni della città, insieme alle istituzioni culturali e universitarie che ancora mantengono il loro primato, deve ripartire il riscatto dopo questa fase di grande difficoltà. Un riscatto che affonda le sue radici proprio nella vocazione civile che Milano ha sempre dimostrato, per ricostruirne un senso di comunità. Essere milanesi, anche per chi lo è diventato negli anni recenti, deve tornare a essere un motivo di orgoglio e garantire un senso di appartenenza a una città che cresce, compete con il mondo che verrà, ma non lascia indietro nessuno.

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